[essays]
FIGURE DELLA CRITICA 05/03/2008
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Ella è l’unica a portare a contraddizione la morale cristiana, l’unica a sottolineare, con l’estremismo della sua cattiveria (agendo, per parafrasare Nietzsche, col martello), l’assurdità sottile e paradossale che deve portare al superamento del sistema religioso (“Non soffriva abbastanza”, dice di Crispina, spiegando il furto del ciondolo: dove arriva l’espiazione, qual è il giusto grado e la giusta qualità del dolore, chi ha la ragione e l’autorevolezza necessarie a stabilire quale gesto sia pena, quale violenza gratuita?).

Mentre Patricia e Margaret, in forme ed intensità differenti, non contestano il sistema bensì la pertinenza delle sentenze loro comminate (una chiede perdono, Patricia, l’altra cerca soltanto di dimostrare di non aver commesso il fatto – il che, nel suo caso, corrisponde a verità: la sua illibatezza è stata violata durante uno stupro), Bernadette afferma, presto, che “nessun peccato vale quelle pene”, e infliggendo a Crispina un’ulteriore sofferenza (sostituendosi di fatto alle esercenti formalmente legittime del potere di giudizio e assegnazione di una pena, ovvero le suore) sottolinea che in quanto peccatrice, ella non soffre abbastanza: la pena deve essere aggravata.

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