[essays]
Pensare da soli, agire anche per gli altri 23/12/2007
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Ciò detto, che si tratti di una proposta all’etica individualista o di un richiamo all’azione, alla valorizzazione dei propri automatismi, delle proprie sensazioni, il criterio razionale cui faccio riferimento (che si basa su valutazione razionale portata al massimo del suo orizzonte di lettura, in unione con l’affermazione del fattivo e non trascurabile inserimento dell’uomo in un tessuto che, anche quando non sociale, è comunque collettivo) non pare in alcun modo compatibile con questa posizione. Rimando alla lettura dell’altro scritto per quanto riguarda il confronto.

L’altra critica, invece, è di stampo metodologico: mira a contraddire la mia posizione minandone la sensatezza – almeno parzialmente, poiché in qualche modo cerca di smontarla generando una contraddizione intrinseca con un altro dei postulati che – si suppone, di fatto a ragione – debbano animare il mio intero costrutto etico, teorico e soprattutto il mio modus operandi.

La risposta è più o meno di questo tenore: “Al momento di scegliere, operi una scelta in base alle tue idee, o alle idee di un’altra persona?”. Chiaramente, un’obiezione di questo genere, fosse realmente pertinente, sarebbe decisiva: pare chiaro che al fine di poter condurre una riflessione minimamente credibile, e soprattutto libera, è necessario spogliarsi di ogni concessione all’autorità altrui (non all’autorevolezza), ovvero a ogni forma di ‘ipse dixit’. E quindi usare come strumento decisivo di organizzazione (sottolineo: di organizzazione. Dati, informazioni, opinioni, teorie possono e devono provenire anche dall’esterno.) e giudizio ultimo che sia coincidente con la nostra ragione.

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