[essays]
"A Scanner Darkly" 23/06/2007
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In una prospettiva ulteriore, Linklater ci offre un’esperienza totalmente analoga nello stesso momento in cui assistiamo al film, usando prima di tutto il rotoscoping per stemperare quello che Derrida chiama effetto fotografico (e quindi l’identificazione del proiettato con la realtà), in secondo luogo tradendo volontariamente la finzione, lasciando emergere l’esistenza del mezzo cinematografico attraverso l’utilizzo del fast forward, ponendo lo spettatore nella posizione ideale di Arctor, offrendo l’idea che il film sia – in un borgesiano gioco di specchi metanarrativo – esattamente analogo a quanto lo sventurato protagonista vede sul suo vcr: una registrazione del reale attraverso cui comprendere e decrittare eventi che gli sfuggono.
In altre parole, l’utilizzo di un apparato tecnologico lo pone su un piano differente, lo eleva sugli strati di realtà, estraendolo dalla confusione del suo mondo e (come accadde a Dick nel 1974, nell’episodio del fascio di luce rosa riportato da tutte le sue biografie) mettendolo in condizione di osservare proiettore e proiettato, intuendo una realtà nuova. Il fatto che poi questa realtà, almeno in “A Scanner Darkly”, non sia frutto dell’operato di un demiurgo, bensì di un’attività prettamente umana (tanto la sostanza D quanto l’ipertrofia tecnica, che sperimentiamo realmente, sono artifici ascrivibili all’attività dell’uomo), è un problema qui secondario, e Dick renderà la sua posizione più radicale dal punto di vista ontologico nella fase successiva della sua produzione.
Ciò che qui risulta interessante è sottolineare come la tecnologia, in un certo senso, imponga se stessa come chiave di recupero dell’intelligibilità del mondo.
Al momento disgregativo della tecnica (rappresentato dalla tuta, dalla manipolazione della percezione attraverso il corpo) si oppone una fase di ricomposizione del vissuto che passa proprio attraverso ad un ulteriore step (attivo) del processo di elaborazione tecnologica, ovvero quella della registrazione. La sconfitta dell’uomo – da cui deriva il disincanto che intride le fasi conclusive del film – è maggiormente ascrivibile alla succitata dialettica potere/suddito.
La pellicola di Linklater, infatti, presenta con minor incisività il tema dell’inesistenza di un piano ultimo di realtà (di per sé meno pregnante, rispetto ad altri testi, anche nel romanzo). A questo proposito si può notare come nel film la centralità del pdv di Arctor sia piuttosto marcata.

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