[essays]
"A Scanner Darkly" 23/06/2007
[sourcecode][essays][23/06/2007][ITA]




Si tratta due strade egualmente perdenti: una è depauperata del senso di verità, incatenata al rifiuto del superamento dell’unicità, in ferma opposizione al carattere multiversale ormai comprovato, l’altra è schiacciata dai vincoli di dipendenza nei confronti di strutture (la sostanza D, gli stupefacenti, i sistemi di broadcasting e di produzione di immagine – la tecnologia tutta: Arctor, Freck e gli altri vivono in una dimensione di grande arretratezza tecnica) il cui controllo è tuttavia in mano ad altri, paradossalmente proprio a coloro che si muovono in direzione opposta, ed usano questo giogo come strumento eminentemente politico.
Bob Arctor, il protagonista (Keanu Reeves), è un punto di contatto (meglio sarebbe dire che subisce il suo essere punto di tangenza) tra queste due classi principali. Egli è fulgido esempio di prodotto inconsapevole dell’ibridazione tecnica, in primis come oggetto di una manipolazione sensoriale ed operativa basata sulla somministrazione di stupefacenti (il primo esperimento ideale di creazione di un cyborg fu portato avanti proprio su base chimica dagli scienziati americani M. Clynes e N. Kline in “Drugs, Space and Cybernetics Evolution to Cyborgs”), quindi come utente di un apparato tecnologico di registrazione/broadcasting di cui è contemporaneamente oggetto (in consonanza con l’ipotesi di annullamento della distanza tra sorgente e destinatario della riproduzione di immagini proposta da P. Virilio), e soprattutto come utilizzatore della tuta disindividuante, esempio ante litteram di quello che A. Caronia ne “Il Cyborg” definisce softwear – in altre parole tecnologia ad alto tasso di contiguità con l’individuo.
La suddetta tuta è il punto cardine dell’alterazione dell’autopercezione, oltre che simbolo della moltiplicazione del reale (significativo che la dis-individuazione, il nascondersi, non sia più basato sulla scomparsa, ma sull’esubero di immagine, di informazione visiva), entrambi fasi salienti del processo di dissociazione psicologica e della conseguente emancipazione del nuovo individuo ibrido risultante da questa fusione: Fred (l’esistenza di un nome non è un puro stratagemma narrativo, non è un semplice nome in codice introdotto per coerenza d’intreccio, ed è molto importante notare come lo stesso narratore, nel libro, si riferisca al personaggio come Fred, e non come Arctor – si tratta di persone diverse, a tutti gli effetti) non è una semplice simulazione, non è un falso tecnico, è a tutti gli effetti un personaggio diverso, che giunge addirittura ad opporsi al suo alter ego. Non è un semplice avatar, per usare il gergo degli internauti, esattamente come già accadeva ne “Il Tagliaerbe”.

[PREV] [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [NEXT]