[essays]
"A Scanner Darkly" 23/06/2007
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Fallita l’operazione in mano a Gilliam, “A Scanner Darkly” trova oggi la sua dimensione cinematografica grazie a Richard Linklater, altro artista eminentemente dickiano, stavolta anche da un punto di vista più compiutamente filosofico. O, ancora meglio, metadickiano, almeno tenendo presente il suo “Waking Life”, film atipico, incentrato su una lunga sequenza di complessi dialoghi parafilosofici focalizzati sui concetti di sogno e disgregazione progressiva e inarrestabile della realtà (in chiara assonanza con le stupefacenti fasi conclusive de “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”), realizzato programmaticamente avvalendosi della tecnica denominata rotoscoping, basata sulla manipolazione grafica dei singoli fotogrammi. Una tecnica in realtà già percorsa dal cinema d’animazione (fu alla base di un classico Disney come “Biancaneve e i Sette Nani”), consistente nel dipingere sulla pellicola che reca impressa immagini reali, ottenendo così un effetto cangiante, prodigo di deformazioni ed asimmetrie, vagamente vertiginoso.
Vista la consonanza tra il carattere espressivo di questa cifra tecnica, Linklater non si è allontanato dall’uso del rotoscoping (degno corrispettivo, almeno a livello di significanza, dell’ipertrofica ridondanza, quasi kitsch, di alcune scenografie di Gilliam) neanche nel caso di “A Scanner Darkly”, trovando in essa un mezzo eccellente per trasporre sul piano visuale, in modo vagamente espressionista, l’aspetto disgregato del mondo concretamente descritto all’interno del film, fatto di ambienti strettamente contemporanei, abbastanza direttamente identificabile con la realtà urbana odierna, almeno a livello ambientale – in questo senso situando il racconto nella dimensione temporale cui faceva riferimento il libro, e quindi staccandosi in un certo senso da esso, che ritraeva di fatto un contesto futuro (almeno relativamente alla data di pubblicazione).
Questo, d’altra parte, è stato possibile senza tradire lo spirito dell’opera letteraria proprio grazie al valore che alla dimensione delle connotazioni temporali viene attribuito nel film, abbastanza chiaramente svincolato da ancoraggi storico-sociali espliciti, ma focalizzato più che altro sulle idiosincrasie evolutive (dal punto di vista tecnologico, soprattutto, ma anche psicologico) che caratterizzano il mondo dipinto.

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