[essays]
Ho un aereo, ma non ho una meta 07/11/2012
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Tralasciamo per il momento il fatto che questa sciagurata sovrapposizione è ormai da tempo responsabile di un’impasse evolutiva delle nostre dinamiche sociali, a causa del vigore con cui i pigri, travestiti da saggi, spacciano il loro cinico immobilismo per realismo, raccontando a ogni pié sospinto che “così è la vita” – scempio orribile quando questa diviene idea educativa, dalla scuola allo (!) sport, territorio in cui al decadimento dei valori etici si risponde con un misero, furbesco adeguamento.

A proposito dell’argomento lavoro, il cedimento diffuso delle costruzioni ideali, degli obiettivi politici e civili cui tendere, in favore di una semplice presa d’atto delle condizioni presenti, è cardine di un fenomeno, gravissimo, di resa alla sconfitta dei diritti basilari dell’individuo. Non solo: il caso specifico porta anche su di sé uno stigma ancora più grave, poiché causa in qualche modo uno trasformazione che è quasi, mi si passi il termine, semantica, del mercato in “ragione” dello stato, in ago della bilancia dell’esistenza non solo contingente, ma anche immaginata.

Ecco: la tragica verità dietro la diatriba tra “realisti” e “utopisti”, in relazione alle affermazioni del Ministro Fornero, è la caduta definitiva della capacità di elaborare un’idea di “società del lavoro” (concetto filosoficamente più ampio del lavoro in sé come prestazione produtiva retribuita) che sia, se non indipendente, almeno dominante nei confronti del mercato.

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