[essays]
Ho un aereo, ma non ho una meta 07/11/2012
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Dire della (esasperata) reazione globale innescata dall’intervento del Ministro dalla lacrima facile è fuori luogo, oltre che fuori tempo. Così come ha poco senso soffermarsi troppo sulla pertinenza e la condivisibilità di una tale presa di posizione – certo, difficile credere che un ingegnere delle telecomunicazioni possa considerare una chance di crescita la posizione di agente monomandatario di una ditta d’aspirapolvere. O chiedersi se in effetti i plotoni di precari inchiodati a stipendi da terzo mondo, contratti vessatori e ambienti umanamente tossici possano abbassare ulteriormente le loro esigenze, posto che la Repubblica Italiana voglia ancora potersi vantare del titolo di stato di diritto.

Difficile pure capire per quale motivo un personaggio politico (è un tecnico, si dirà, e allora sarebbe stata buona norma esimersi da valutazioni diverse dal più stretto novero di numeri, misure e provvedimenti a favore di ramanzine etico-sociologiche) di tale importanza possa decidere, dall’alto di una profonda conoscenza linguistica, di far uso di un termine che per natali e connotazione non può che suonare irritante. Perché – il miglior Moretti ce lo insegnava in “Palombella Rossa” – le parole sono importanti.

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