[essays]
LIVE OR DIE! 19/06/2008
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LIVE OR DIE

Una morte annunciata, quella del mercato discografico. E un’unica chance immediata di sopravvivenza: l’attività live. Ma a quali condizioni e, soprattutto, per quanti?

Il mercato discografico è cambiato. E, parallelamente, l’intera industria musicale (come d’altra parte tutto l’entertainment) ha subito forti mutazioni nell’arco di una dozzina d’anni. Più o meno il periodo di definitivo consolidamento globale della realtà telematica, di internet, della comunicazione mondiale, dei flussi di dati inarrestabili e incontrollati.
Incremento delle opportunità creative, e anche della reale circolazione delle proposte, ma (soprattutto) rovinoso impatto economico: questo il bilancio generico degli anni della rivoluzione web, tra pirateria dilagante, frammentazione del mercato, spasmodica crescita delle realtà semi-professionali (fatto generato dalla contemporanea evoluzione delle tecnologie digitali, con il conseguente abbattimento dei costi di registrazione), tempi brevi di crescita artistica per gli artisti.

Le risposte degli operatori del settore, sono state sostanzialmente tre: da una parte la lotta senza quartiere, attraverso iniziative legali e campagne di sensibilizzazione, contro lo scambio illegale di materiali (peer-to-peer in primis), dall’altra la ricerca immediata di nuove tipologie di offerta, tra musica copyright free e album scaricabili a offerta (Radiohead, ad esempio), fino agli esperimenti più squisitamente avveniristici, come l’implementazione di sistemi di mixaggio fai da te (proposta dei Nine Inch Nails, da sempre avanti sui tempi) o il costante ricorso all’abbinamento musica-video. In mezzo a queste due soluzioni, la risposta principale, terza solo in ordine di tempo, ma prima per immediato realismo, è stata quella della valorizzazione del live, della dimensione concertistica.

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