[essays]
Monoteismo e conflitto 29/03/2007
[sourcecode][essays][29/03/2007][ITA]

 

Spesso si discute circa le potenzialità polemofore delle religioni monoteiste. Se può essere deprecabile, o quantomeno errato nel suo non cogliere la centralità del problema, l’approccio marxista, che contesta alle grandi fedi la loro natura “narcotica” nei confronti dei popoli, va rimarcato come si tratti di una verità storica difficilmente smentibile il continuo affiancarsi di fede e conflitti. La situazione internazionale odierna d’altra parte pare avallare in modo fermo la problematica in questione. Si tratta però di un avallo carico di elementi fuorvianti, primo tra tutti l’approccio, figlio di un retaggio xenofobo e anacronistico, secondo cui le colpe di questa conflittualità andrebbero ascritte alla particolare natura della religione islamica. Secondo l’opinione corrente infatti, le basi teoriche delle sacre scritture musulmane, laddove non presentino esplicito invito, sono aperte alla proliferazione di atteggiamenti integralisti di marcato stampo violento. Appare chiaro come l’infedeltà sia trattata in modo diverso rispetto all’atteggiamento, centrale nelle scritture cristiane, della tolleranza. C’è l’errore di fondo della confusione tra potenza e atto, in queste tesi: senza tirare in ballo la storia, è facile notare come architetture teoriche e ideologiche (quindi anche religiose) apparentemente immuni da fraintendimenti sono state spesso impugnate – previa consapevole distorsione – in favore di atteggiamenti violenti o comunque lesivi delle libertà umane. Quello che intendo dire è che la religione musulmana contiene in sé i germi pericolosi dell’integralismo, ma non ha all’interno sufficienti agenti autonomi per scatenarli in modo così virulento. D’altra parte anche la tecnologia, sosteneva Heidegger, contiene in se stessa più di una istanza all’uso mortifero delle strumentazioni che produce, ma in nome di un miope e comunque unilaterale progressismo la società occidentale si è sempre mostrata lungi dal prendere in considerazione (non calcoliamo le minoranze poco incidenti, altrimenti chiaramente non avrebbe senso sviluppare un discorso del genere) l’ipotesi di censurare o peggio abbandonare le strade dello sviluppo. Eccezion fatta – mi si passi il sarcasmo – proprio per quelle aree delle scienze le cui potenzialità di sviluppo incorrevano in sanzioni religiose e non etiche (si vedano alcune branche della biogenetica). Questo non solo fa notare come la potenzialità di un elemento accettato e in pieno sviluppo non possa essere confusa con le sue degenerazioni, ma rende anche conto dello strano fenomeno secondo cui la popolazione occidentale accetta fedi di carattere diverso (la fede nella tecnica) senza porsi l’effettivo problema di quali potenzialità possano essere intraviste da un osservatore posto in una differente prospettiva. La minaccia musulmana è ben presente a tutti noi, come forse alcune delle minacce del vivere occidentale sono ben presenti al terzo mondo: ma le potenzialità, non essendo verificabili in modo diretto, vengono semplicemente trascurate – a meno che non siano chiaramente visibili a noi. Ricollegandomi poi alla mia uscita sarcastica, notiamo come sia ancora presente in società un approccio che privilegia il bilancio etico operato su basi teologiche. Questo non può non far riflettere: la nostra disposizione ad obliterare le nostre categorie razionali in virtù di posizioni fideistiche rende chiaro come il nostro conflitto con altre forme di religione non possa essere unilateralmente causato. E, peggio, ci fa notare come non si possa né analizzare, né tanto meno giustificare, con puri strumenti razionali – laddove abbiamo notato che le scienze, corpus eminentemente razionale, subiscono comunque lo scacco di posizioni logicamente meno probanti.

[1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [NEXT]