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Pensare da soli, agire anche per gli altri 23/12/2007
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Pensare da soli, agire anche per gli altri

“Fino ad ora, sulla morale ho appreso soltanto che una cosa è morale se ti fa sentire bene dopo averla fatta, e che è immorale se ti fa star male.” (E. Hemingway, “Addio alle armi”)

Leggendola, il primo pensiero che si è affacciato alla mia mente è stato più o meno: “Inaccettabile. Falsa”.

A prescindere dalla immediata rimozione del vocabolo ‘falsa’, che è affatto più consono alle disquisizioni non ideologiche, né pertinenti ai principi, bensì a ciò che attiene alla verità razionale di costrutti matematici e logici, ho dovuto ribadire a me stesso l’inaccettabilità.

Due sono le principali critiche mosse alla mia istintiva risposta, che d’altra parte anche a una analisi più approfondita traduce in modo compatto e pertinente la mia generale opinione in merito (che si spiega ampiamente all’interno dello scritto su utilitarismo e colpa, qui consultabile).

La prima, di cui qui non tratterò, è piuttosto radicale, e parte da una affermazione (normativa) del carattere individualista dell’uomo. In aperto contrasto con la mia posizione che tratta l’individualismo in forma descrittiva, sostanzialmente essa è una semplice riaffermazione del postulato espresso da Hemingway: l’uomo deve costruire la propria morale sulla base di un criterio atto a definire la propria felicità personale. Anzi, in un senso ancora più vero e vicino al sottotesto sprigionato dalla costruzione della frase di cui sopra, pare giusto sostenere che l’uomo debba recuperare la propria dimensione istintuale, leggendo prima di tutto come segnale d’orientamento la disposizione del proprio animo nel compimento di determinate azioni, nell’operare le scelte.

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