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Centro quindi sono 05/10/2007
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WALTER LODA VERONICA, MA IL DRAMMA E' ALTROVE

Leggo dei commenti positivi, degli attestati di stima espressi da Walter Veltroni nei confronti di una donna spigliata, intelligente e particolarmente adatta al mondo mediatizzato di oggi, Veronica Lario. Che, in effetti, ha un piccolo, secondario difetto – veniale – ovvero essere consorte dell’avversario politico numero uno del nascente PD (il numero due, forse, dato che la prima piazza del podio spetta probabilmente al PD stesso), Silvio Berlusconi.


Leggo anche un numero onestamente eccessivo di critiche, a volte faziose, altre semplicemente ricche di fantasia (si desumono strane manovre di corteggiamento da un intervento che probabilmente è meno incisivo rispetto ad altri passati, sempre nei confronti della signora Lario Berlusconi). Le risposte mediatiche sono state come al solito ampiamente fuori luogo, vedasi la risposta – peraltro pronta e scaltramente ironica – del buon Silvio, che ha puntualizzato come la gentil consorte fosse già refrattaria a essere di lui first lady, quindi figuriamoci icona rosa del macrocetaceo democratico.


Insomma, non credo che un semplice attestato di stima sia da stigmatizzare, ritengo tuttavia che arrivi in un momento storicamente (e a fortori politicamente) cruciale, per giunta da un cittadino non comune. E che per questo abbia alcuni significati reconditi, magari ingenerati a posteriori, magari non squisitamente consci (ma ammettere questo significherebbe ridurre di molto la sapienza politica del sindaco di Roma) sicuramente meno piacevoli. Cito Paolo Franchi, che sul “Riformista” scrive: “Io non sono il candidato segretario del Partito Democratico. Veltroni, sì. Dunque, se io dico che ‘sarebbe bello disporre di un contesto dove la signora Berlusconi possa dar un suo contributo’, e insomma che, sempre che lei lo volesse, la vedrei bene nel PD [..], dico una cosa sacrosanta e magari anche un po’ ovvia, che potrei dire per ogni persona dotata di grande autonomia intellettuale, discreta e curiosa, anzi, open minded. Ma, se a fare la medesima osservazione è Veltroni, che alla leadership del PD è il candidato per eccellenza, qualche riflessione e qualche domanda in più si impongono persino a che, come me, pensa che, con questi chiari di luna, sarebbe meglio concentrare altrove l’attenzione. [..] Tutto posso pensare fuorché Walter, il Walter che tassativamente esclude di aver voluto fare un dispetto al Cavaliere vestendo i panni di un improbabile Sarko de noantri, sia subalterno a Berlusconi. Ma escludo pure che il Candidato abbia voluto fare un esempio a caso per dimostrare quanto aperto, e dialogante, e moderno sia il partito che ha in mente. Dunque, non mi capacito: mi piacerebbe che qualcuno mi aiutasse a capire che bisogno ci fosse, mentre tutti auspicano un colpo d’ala nel dibattito programma, la cultura politica e l’identità del partito nascitura, di riscoprire per l’ennesima volta il fattore Veronica. Per parte mia, temo che spiegazioni ragionevoli non ce ne siano. E proprio questo è il sospetto più angoscioso.”

Puntualizzato questo, però, colgo l’occasione per lasciarmi andare a qualche riflessione, sull’onda di un’emozione che nel portarsi dalla mente al cuore, finisce forse anche più in basso e si fa gastrointestinale. Ho letto le notizie di cui sopra quasi divertito, seppur con il sopracciglio inarcato fino al crampo. Né Veltroni né il PD mi rappresentano, allo stato attuale. E questa folle, melliflua e mistificata corsa al centro mi ha sinceramente stancato. La costola del PCI che si tramutò al tempo in PDS (era il '91, non il 1918) è prima divenuta, per l'appunto, PDS (con una falce e un martello alle radici della ormai pensionanda quercia), per poi tramutarsi in DS (con una rosa rossa, che tanto somigliava a un garofano, al posto dello storico simbolo comunista), e ora si appresta quindi a seguire fascinazioni veteroscudocrociatesche, Rutelli (incomprensibilmente dimentico dei suoi trascorsi radicali), Mastella e i vari di loro epigoni alla ricerca di un 'riformismo' che nelle parole di Veltroni (su Micromega di Settembre) ben poco ha di 'riformista', ma sa semplicemente di scolastica applicazione di quella che, in teoria, dovrebbe essere la definizione universalmente condivisa di ‘politica’ (ineccepibile, vero, ma pur sempre una semplice ‘struttura’, che di fatto può prescindere dalla sostanza ideologica e programmatica – e obiettivamente è tragico constatare come tanto ci si sia allontanati dalla vera politica da sorprendersi di fronte a chi fa della normalità la propria virtù.

Ma d’altra parte oggi ci sorprendiamo se un liceale sa fare le addizioni: rimando al mio articolo sulla sufficienza, qui pubblicato). Tutti questi cambiamenti, per giunta, si sono susseguiti attraverso un tortuoso percorso fatto di sconfitte, rimpasti, governucci (governicchi, governissimi, o affini), attestati di stima ai più impresentabili degli avversari (quasi come per le beatificazioni, oggi lo status di ‘leader’, ‘statista’, ‘ideologo’ viene concesso con iperbolica generosità acritica), alleanze con la Lega (all’indomani della crisi del primo governo Berlusconi), recuperi di carcasse partitiche, sdoganamenti di piduisti, massoni, zombie, riabilitazioni di corrotti (facciamoci un favore e rileggiamo Travaglio: che cosa ci fa Craxi tra i grandi della nostra storia politica?), inetti e criminali, concessioni al clero (con scempio non solo di diritti civili, ma anche di libertà intellettuale – vizi del voler piacere a tutti – per tacere delle orrende manifestazioni di intolleranza), aberrazioni sull'istruzione, dimenticanze sociali (più far-west che fair-welfare), filoamericanismi (in rigoroso ritardo, dato che prendiamo spunto da correnti che oltreoceano vengono criticate e smantellate a colpi di drammi socioeconomici e fallimenti conclamati), deliri paramilitari, piccolezze da furbetti del quartierino (di cui, abbiamo sentito, alcuni amati leader mutuano finanche il forbito ed elegante eloquio), viscidi contatti con le schiere più becere e squallide del potere finanziario, quando non legato ad ambienti ancora più allarmanti. Il tutto, per giunta, con un sistema di leadership pressoché inesistente.

Dovrei quindi pensare – grazie, agenda setting! – che il problema reale, il dibattito fratricida, sia tutto attorno all'apprezzamento di Veltroni nei confronti di una donna che ha semplicemente sposato (e quindi o ne condivide almeno in parte le attitudini, o è moralmente molto equivoca) il più grande simbolo di tutta una serie di teorie e prassi inaccettabili? Di quello stesso, grande statista italiano (così fu definito da un nostro ministro nel 2001) che è bandiera cosciente di una proposta civile di aristocrazia economica, promotore della rovinosa successofilia, fautore di apertura, quando non palese auspicio, nei confronti dell'illegale privatamente considerato legittimo?

Io, mi spiace, continuerò a votare comunista, magari senza vincere nulla.
Ma sono sinceramente logorato dal dover vedere solo passi verso l'altrui fazione ai fini del mantenimento del potere. Non mi pare che nei 15 anni precedenti le nostre (residui del sentimento collettivo, ahimé) concessioni alle fazioni centriste, quando non smaccatamente destrofile, abbiano portato in alcun modo allo spostamento degli indici ideologici e culturali verso la sinistra. Mi pare semmai il contrario. Di compromessi se ne sono fatti tanti, di risultati se ne sono visti sinceramente pochi. E non credo bastino un paio di finanziarie tutto sommato accettabili (perché il paradosso è qui: il disagio nella popolazione è condizione parzialmente ineludbile, date l’incompatibilità tra scarsezza di risorse e aspettative, sogni e desideri del singolo, e così a scatenare il malcontento, il distacco, la critica, sono proprio quei provvedimenti che invece sembrano più solidi di fronte a difficoltà mastodontiche).

Istruzione (con grado di alfabetizzazione reale in calo, rapido deterioramento della lingua, cosmopolitismo assente, condizioni scolastiche ridicole soprattutto in alcune aree), cultura (esistono oasi felici, ma per il resto siamo allo sbando), welfare, infrastrutture, lavoro (precariato e salari sono ormai diventati un cancro), giustizia (tempi impossibili, attacchi continui e inaccettabili, cultura della legalità ormai erosa), sanità - tutto ciò che è politica vera, non i provvedimenti temporanei perché la barca non affondi tra i flutti - ha fatto solo passi indietro (caro Franchi, ha ragione: occorrerebbe concentrare altrove l’attenzione).


E negli ultimi anni, teniamolo presente, non c'è stato solo un governo di destra. Se facciamo i conti, l'alternanza è stata pressoché paritaria. Ma, guarda caso, a noi centrosinistroidi sembra, istintivamente, che negli anni precedenti abbia governato sempre la destra (in parte forse gioca un’atavica deformazione pessimista, ma non può essere unico motore di quest’impressione), che il paese sia vittima di una deriva sociale ridicola e protoreaganiana, tra ceffi inguardabili che divengono opinion leader, scadimento dei media (di tutti i media), crescita esponenziale dell’importanza dei consumi, una cultura della proprietà privata che ha del primitivo, tv spazzatura, cinema spazzatura, letteratura spazzatura, clericalismo, intolleranze, razzismi, vuoto pneumatico - non è vero questo? Magari qualche piccolo momento di risveglio poteva essere innescato (gli altri sono processi di lunga durata).

Eppure al governo ci siamo stati. Segno che d'istinto abbiamo riconosciuto quel governo come qualcosa di molto poco 'sinistroide', anzi. E' come se avessimo di fatto avuto sempre lo stesso direttivo, a prescindere dal colore. E allora qualcosa non funziona. Allora forse è ora di dire basta ai compromessi tout court (senza ovviamente dimenticare il contenuto necessariamente compromissorio che caratterizza il mestiere politico).
Io voterò PCI. Perchè il resto della classe - tranne pochi fuggiaschi - dà solo il corpo al cerchio.
E mai alla botte. Di compromessi, quindi, non si potrebbe neanche parlare. Una volta si cede al centro, una volta si sta fermi a sinistra. E i passi (si veda la trasfigurazione, inesorabile e incomprensibile, dei DS, cui accennavo) così diventano unilaterali.
Questo non è giusto e sano, necessario machiavellismo.
Né dialogo, né riformismo, né – ripeto - compromesso. Si chiama ancoraggio.
Grazie, cari ex DS. Siamo approdati al porto sicuro e caldo (e, chissà, vincente) della DC.

Diego K. Pierini


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