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Intervista a Peter Tagtgren 24/09/2007
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Peter Tagtgren è uno degli ultimi veri guru del death metal rimasti in attività: uno di quei personaggi che con il loro lavoro hanno influenzato una scena, creato un sound. Uno che scrive suona produce. Presente come il prezzemolo in una miriade di progetti, spesso in veste differente (Lock Up, Bloodbath, The Abyss, solo per citarne alcuni), uno se lo immagina come un’entità soprannaturale, magari spocchioso, ombroso o aggressivo. Forse è anche colpa della sua attitudine estrema, della sua voce da licantropo post atomico, o dei suoi testi deliranti – o delle smorfie che spesso ci offre nelle photo session. E invece no: Peter Tagtgren è lucido, simpatico e affabile – addirittura ringrazia dopo ogni singolo complimento circa il suo lavoro. Quanto segue è il resoconto fedele di una lunga chiacchierata telefonica che lo ha visto protagonista...


Il nuovo album degli Hypocrisy arriva giusto a seguito di un album di puro death come “Nightmares Made Flesh” dei Bloodbath, cui hai preso parte come cantante, ed è anch’esso un ritorno a sonorità più crude e dirette. Dobbiamo dedurne che ultimamente ti sei ributtato nel death old shool?

Credo che la band sia stata molto influenzata più che altro dal fatto di avere uno come Horgh dietro le pelli. Sai, un batterista molto veloce e potente, che insiste parecchio sulla doppia cassa. Quindi anche se non ci fossero stati i Bloodbath non sarebbe cambiato nulla probabilmente. Credo che d’ora in poi suoneremo ancora più estremi.

E cosa è successo con il vostro vecchio drummer Lars?

Avevo l’impressione che avesse perso la scintilla. Quando le cose andavano bene, allora era tutto ok, ma quando le cose andavano male, allora...andavano veramente male. Come band volevamo suonare più veloce, e magari anche brani più complessi...e questo non era possibile.

Quindi il fatto che l’ultimo album fosse effettivamente più lineare, soft e melodico era dovuto a questo?

Forse in parte lo era. Non saprei. E’ probabile che quando mi mettevo a scrivere nella mia mente ci fosse anche la consapevolezza di non poter stendere brani troppo veloci o intricati. Ma ora che abbiamo Horgh nella lineup sono decisamente più motivato a scrivere roba violenta.

Ma come riesci a fare tutto quello che fai contemporaneamente, tra Hypocrisy, Pain, side project vari, gli Abyss Studios da mandare avanti?

Non ne ho idea. Semplicemente amo tutto questo. Non ci sto molto a pensare, si tratta di una cosa automatica, perché è un vero divertimento. Non mi fraintendere, si lavora duro, ma adoro quello che faccio e mi ritengo fortunato a poter fare quello che voglio senza essere costretto a pensare ad un’altra attività per tirare su i soldi.

Ma come produttore hai proprio mollato?

Sì più o meno. Diciamo che ormai mi limito ad aiutare degli amici, o a produrre cose su cui desidero veramente lavorare. Come i Celtic Frost, o il nuovo album dei Dimmu Borgir. Nel loro caso si tratta di una situazione particolare, sono buoni amici e lavoriamo insieme dal ’97. Ho anche aiutato i Destruction con il mixaggio del nuovo album, per lo stesso motivo. In altre parole: non c’è problema se devo fare uno o due dischi all’anno per qualcuno, ma sicuramente non mi metto a fare il produttore perché voglio guadagnare.

Chi ha scritto i brani di “Virus”?

Diciamo che ho scritto il 50% della musica. Avevo quattro brani già completi, ma sugli altri abbiamo lavorato assieme.

Che tipo di feedback hai ricevuto per “The Arrival”? Qui la critica si è divisa...

I responsi sono stati buoni. La critica principale, a vedere le cose con il senno di poi, è stata quella che all’album mancavano in effetti un paio di brani più tirati. Non rinnego nè rimpiango nulla, semplicemente di solito cerco di fare meglio con il round successivo, ed è esattamente quello che credo di aver fatto con “Virus”. Abbiamo accelerato di brutto, senza però abbandonare le melodie, nè i mid-tempo. Credo che sia tutto più equilibrato, e molto più death metal di quanto non sia stato per molto tempo.

“The Arrival” somigliava parecchio, come mood, al vostro album omonimo. “Virus” potrebbe essere un recupero di album ancora precedenti, come “Abducted” o “The Final Chapter”. State tornando alle vostre radici?

Forse sì. Mentre registravamo non ci siamo messi a pensare a tutto questo. Semplicemente suonavamo, partendo in doppia cassa e tirando giù i riff. Volevamo un album estremo, e volevamo anche aggiungere un po’ di ‘finesse’.

Tutti i vostri album hanno dei testi abbastanza influenzati dalla fantascienza...

In generale ultimamente abbiamo cercato di avere un approccio del tipo: “cosa accadrebbe se...”. In “The Arrival” il tema portante erano gli alieni, qui è più una questione legata alla follia, violenza psicotica. Ad esempio “Incised Before I’ve Ceased” si chiede che cosa provi una persona che si trova sul tavolo di un’autopsia, pur non essendo ancora morta, vedendo tutti i propri organi che vengono estratti...

Ma come ti vengono in mente queste cose? Da dove prendi l’ispirazione? Libri, film...?

Non proprio, semplicemente mi chiedo se questo possa accadere a me. E come potrei reagire se succedesse. Questo mi interessa.

Converrai con me che non tutti si alzano la mattina e si chiedono: “E se mi facessero un’autopsia adesso?”...

Credo che sia colpa della mia mente deviata. Delle volte mi fa pensare proprio a queste cose...

Tempo fa avete prodotto un greatest hits, “Ten Years of Chaos and Confusion”. Conteneva dei vecchi brani riregistrati che erano assolutamente strepitosi. Avete mai pensato di fare un’operazione del genere per un intero album, magari per “The Fourth Dimension”?

Quella volta l’abbiamo fatto perché in effetti la performance e il sound erano abbastanza scadenti nelle versioni originali. Al momento di fare una raccolta volevamo qualcosa di interessante, e allora abbiamo lasciato al pubblico la scelta dei brani. Peccato che al momento di inserirli ci siamo guardati e ci siamo accorti che suonavano davvero male. Avremmo potuto facilmente fare molto meglio. E allora senza cambiare nulla abbiamo fatto una versione deluxe.

Qual è il side project più eccitante da portare avanti?

Sicuramente i Pain. Sono una realtà in continua crescita, e musicalmente migliorano in modo costante. D’altra parte però Hypocrisy e Pain sono i soli progetti fissi. Coi Bloodbath ho cantato perché me l’hanno chiesto. Sono semplicemente andato a contribuire con voce e sudore.

Con gli anni la tua voce invece che calare diventa sempre più potente e versatile: usi qualche tecnica particolare? Qual è il tuo segreto?

Non ne ho la più pallida idea. Cerco semplicemente di calarmi nel mood del brano e dargli dinamica. Diciamo che cerco di cantare con il cazzo. E mettere più feeling possibile nella song. Credo di aver imparato con l’esperienza a farla rendere al meglio. All’inizio non avevo idea di cosa fare, mi ritrovavo a pezzi. Poi pian piano ho imparato a non rovinarla troppo.

Qual è la chiave per creare buona musica estrema oggi?

Semplicemente scrivere quello che vorresti ascoltare.

Perché “The Final Chapter” non è stato il vostro vero canto del cigno, come doveva essere?

Perché i fan non ce l’hanno permesso. Abbiamo una base di fan molto fedele...

Ed è bastato quello a farvi stare in giro per altri otto anni? Non ci credo, deve essere subentrata qualche altra ragione...

Onestamente la generosità dei fan ti permette di andare avanti comunque. Anche quando avresti bisogno di ricaricare le batterie. Poi chiaramente ti accorgi che migliori, e che la base cresce ulteriormente, e quello ti sprona anche di più. Inoltre ciò che veramente fa sì che tu possa continuare per la tua strada è cercare le giuste ragioni per farlo, scrivere musica in cui credi ad esempio, e non semplicemente qualcosa che ti permetta di vendere album.

Tu sei un fan dei Kiss e fai metal estremo – in passato addirittura black. Perché non hai mai usato il face painting? Poteva essere un’idea...

Sicuramente se lo facessimo ora ci prenderebbero per idioti...

Da fan dei Kiss però sarai contento della riscoperta del glam...

Non me ne frega molto in realtà. Quando sono venuti fuori i Motley Crue e compagnia cantante mi sembrava tutto un grosso plagio dei Kiss, e la musica faceva pena. Quindi non mi sono mai interessato molto al glam. Mi piacciono gli Sweet e i T-Rex però, la roba dei seventies insomma.

Anche i Queen?

Qualcosa. Hanno scritto dei buoni brani, e hanno creato un loro stile.

Dunque: i tuoi studi si chiamano “Tha Abyss”. Il quartultimo album degli Hypocrisy “Into the Abyss”. Hai scritto una canzone che si chiama “The Abyss” e il tuo progetto black, guarda caso, si chiamava proprio così. Perché questa passione per l’abisso?

[ride] Credo in effetti di aver esagerato...evidentemente mi veniva in mente quella parola un po’ troppo spesso.

Ci verrete a fare visita durante il tour?

Ovviamente. D’altra parte l’Italia è tappa fissa, soprattutto per le ragazze. Mi piacciono davvero molto le more...E poi anche il pubblico da voi è veramente fuori di testa, davvero estremo.

Sei un polistrumentista, addirittura nel tributo a Dio ti troviamo in veste di batterista al fianco di Dan Swano: ma come hai cominciato?

Proprio dalla batteria. Non lo tengono presente in molti, ma io in realtà sarei un batterista e non un chitarrista, nè un cantante. Ho suonato anche in un sacco di brani degli Hypocrisy, anche se non lo sa praticamente nessuno. Su “Penetralia” ho suonato otto o nove tracce, anche se la prestazione non è stata un granché. Il mio meglio credo di averlo dato in “Summon the Beast” dei The Abyss.

E qual è il tuo brano preferito degli Hypocrisy?

Oddio...cambia troppo spesso. Ora come ora direi “Blooddrenched”, che è probabilmente il pezzo più veloce che abbiamo mai scritto.

C’è un musicista con cui vorresti veramente collaborare?

Praticamente chiunque, da Dio agli Slayer. Ovvero tutti quelli con la cui musica sono cresciuto.



Diego K. Pierini


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