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L'alba dei replicanti 02/09/2007
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L’ALBA DEI REPLICANTI 

Era il 1982, e pareva di guardare decenni avanti. Era Blade Runner, il punto zero dell’universo cyberpunk, la ribalta della fantascienza come viaggio dal possibile al reale (quale vertiginosa inversione), dall’ulteriore fin dentro noi stessi. Un percorso fluido e mesmerizzante tra rammaricato stupore, romantica curiosità e commossa angoscia, in una distonia d’immagini, sentimenti e profezie che lo resero unico. Nei cupi bagliori, tra le fiammate, attraverso l’iride dell’anima – in un film che ne fendeva il nucleo concettuale, ne scioglieva l’immutabile natura – guardavamo il futuro e noi stessi, comprendendo quanto l’agglomerato, il caos del kipple, il dilagare senziente delle macchine fosse un processo interiore e già innescato, un fosco presagio che nel nostro spirito aveva già generato architetture arcane e ipertrofiche.
Venticinque anni dopo. E’ il 2007 e, nonostante il tempo, il film di Ridley Scott brucia ancora con il doppio dello splendore, ricco della sua unicità, sintesi forse irripetibile di innovazione figurativa, potenza letteraria, credibilità e impatto emozionale. E la pellicola che ha reso popolare il genio irregolare e iconico del futurologo (nessuno come lui ha saputo leggere oltre il tempo, scoprendone le carte con lucidità istintiva e spesso inconsapevole) Philip K. Dick, trova finalmente una sua veste definitiva, dopo anni di dibattiti e discussioni su quale fosse la sua forma prima, il montaggio più efficace nel tradurne con compiutezza l’inestricabile trama di significati estetici, filosofici e sociali. Ammesso che questo sia in effetti possibile – è sorprendente constatare come la molteplicità delle tracce, delle verità, sia in questo caso intimamente consonante con la prospettiva squisitamente dickiana, incentrata proprio sul principio disgregativo e molteplice del reale - Ridley Scott offre a Venezia la sua lettura ultima della propria stessa opera, il Final Cut, una traduzione finale e pratica di sette anni di lavoro e riflessioni. Un oggetto già di culto, anche al di là del rischio – calcolato e forse posto in secondo piano – di tradire quella varianza, quel gustoso e cangiante dubbio esistenziale che si era alimentato anche attraverso l’irraggiungibilità di un termine ultimo della narrazione. Blade Runner, fino ad oggi, era due film. Era un gioco di specchi all’interno del quale accordare i gradi dell’esistenza ad entrambi gli estremi, senza decretare un falso. Oggi il film si trasfigura di nuovo, torna forse un po’ più passione feticista, recupera lo smalto e la vitalità del grande schermo, recupera la presenza che generazioni lontane negli anni (alcuni vi hanno letto il domani, altri l’hanno applicato, come una lente, al presente, altri ancora lo inconsapevolmente metabolizzato come infrastruttura del loro sentire odierno) pretendevano da anni tornasse ad avere. Per far scorrere, ancora un volta, quei momenti sulla superficie dei nostri occhi. Per non permettere loro di perdersi nel tempo. Come lacrime nella pioggia.

Diego K. Pierini


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