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"Cinema dolce naufragio" 23/06/2007
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Cinema dolce naufragio


Ejzenstejn lo descriveva come compimento sintetico delle arti figurative, coagulo nobile e multicentrico di istanze espressive, primus inter pares, in un’epoca in cui le dimensioni della creatività umana stavano subendo un’inarrestabile serie di sconvolgimenti. Il Novecento, secolo breve e frenetico, ne aveva celebrato i fasti luminosi – nessun’altra era dello spirito umano avrebbe potuto alimentare, tra le sue torbide, fosche, frenetiche spire, lo sviluppo di un’arte così policroma, così contraddittoria e (anche) per questo magnetica. Il cinema è linguaggio della trasversalità, figlio impuro e straordinario della fisicità comunicativa del teatro, dell’aura magica dei dagherrotipi, del fluire arcano della musica. Un figlio divenuto altro a grandi falcate, proliferando negli anni delle grandi incertezze, dalle fiere magiche all’iperrealismo opulento di quest’epoca virtuale. Un’arte delle contraddizioni, appunto, con i nostri sensi che sfocano e la coscienza che si distrae, senza che la sua voce lontana divenga più flebile, lasciando che a parlare sia lo scontro di immagini inafferrabili, flusso costante con cui il cinema, incantatore, ci offre lo spirito del tempo. Ed è per questo che la settima arte è prodotto intrinseco di questi anni post-moderni, orfani di tempo e logica, sovraccarichi di luci, suoni, colori; anni il cui senso sfugge a noi, vittime di una natura che evolve al ralenti, inchiodati al terreno solido e amaro dalle nostre ali di cera. Il mondo è finito, cancellato dalle immagini, sommerso e sparito. Irraggiungibile, irrazionale, incomprensibile. Per questo, ancora, il cinema rovescia ogni canone dell’intelletto, colpendo – mirabile intuizione – il nostro ventre, per lasciare che i sedimenti, lentamente, emergano alla coscienza, quindi alla ragione. Per questo, infine, il cinema è innesco e funzione della nostra consapevolezza, della nostra memoria – e quindi della nostra crescita. Oltre, ovviamente, ad essere splendido balsamo dei sentimenti, astratto rollercoaster, i nostri nervi ed emozioni ben saldi nella sua stretta, perché esso è anche e soprattutto intrattenimento, spettacolo, traduzione gaudente e glamorous dei nostri desideri più scintillanti. Un esperanto del nuovo millennio, maliardo e vigoroso, indecifrabile e pur eloquente, avvolgente e carezzevole, un leviatano d’espressioni che del nostro interrogarci e stupirci, del nostro fantastico disorientamento, si nutre per regalarci un mondo più chiaro, vivido. Ed essere così lo specchio in cui ri-conoscersi e comprendersi, in cui leggere i verbi segreti della vita, nel buio intimo della sala, per noi spettatori, nudi sguardi, corpi dissolti, emozioni dischiuse, vittime compiaciute di un dolce naufragio.

Diego K. Pierini (c) 2006

[Published by "Living", October 2006]



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