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"Il Rimorso" 23/06/2007
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IL RIMORSO

Ho deciso. Finalmente ce l'ho fatta. Ed è una decisione irreversibile, che mi trascina veloce sull'erta ripida del mio gesto.
So bene cosa state per dire.
E' tutto inutile - ho riflettuto sufficientemente nelle mie veglie crudelmente amare. Fulminee eternità di solitudine si sono articolate nella mia vita.
So cosa state per gridare.
Sono solo, sì - e non che me ne dolga, ora. Sono ben fiero delle mie decisioni. Il rimorso mi ha consumato senza che mai potessi fronteggiarlo. Non mi volgo indietro, io!
Non ha senso, ora e mai, impugnare di nuovo la propria fede in se stessi per cancellare ciò che già è compiuto.
Disprezzo la fuga, ma rifuggo l'attesa. E attendo la morte.
Non vi chiedo di capirmi, voi, laggiù, coi vostri sguardi al cielo, quasi imploranti, speranzosi e terrorizzati. Cosa vi spaventa tanto? Le fiamme dell'inferno - sì, voi tutti covate peccati e dolori - o il dover affrontare voi stessi? Non piangete! Ma, vi prego, non osservate più il cielo, cosa attendete da esso? Sento - quassù - i vostri trepidi occhi accarezzarmi le vesti e scompigliarmi la pelle; ed io, sabbia tra le vostre dita, scivolo, verso di voi, lontano...
Perchè continuate ad interrogarmi? Ho passato la mia vita a disegnarmi scenari, a comporre trame da gestire come un abile burattinaio ed ora vedo le mie care marionette, libere e vibranti, scomparire nella nebbia senza sussulti. Non le vedo tendermi le mani. Il mio vile teatro - acefalo! - delizia le platee senza il suo capomastro. Creatore, Io?! Sono solo un povero spettatore della stessa pantomima, labile e menzognera, che, stolto, ho allestito per diletto. Vacue parole erano il terreno su cui correvano le ruote della mia vanità. E corrono ancora a perdifiato, all'orizzonte, e con loro annega la tenacia dei miei intenti. Mi sento vittima di un orologio impazzito, le cui lancette vorticose spezzano ad ogni maledetto giro le ali dei miei desideri.
So che deve esserci da qualche parte il solvente che netti la tela che io stesso ho imbrattato, confusamente, di peccatucci vizi debolezze - Errori! - E so anche che l'orologio impazzito ha una fragile molla di cristallo a spingerne il turbinio.
Credete, forse, che riuscirei ad essere demiurgo di vera virtù? Finirei per creare solo statue senza spirito, per ornare senza amore i corridoi tetri delle mie aspirazioni. Sento ancora una piccola fiamma che mi brucia, qua, in mezzo al petto, che può sciogliere quel peso che non mi fa deglutire - se non fiele - e che spezza il mio respiro. E forse potrei smettere di invocare la morte - ora che vi vedo sempre più vicini -sempre più costernati. Forse il sacrificio estremo, il gesto che placherà ogni mio dubbio potrebbe diventare il pallido ricordo di un momento di incollerito scoramento.
No, no mi ingannate!
Ricordo tutti i momenti, al crepuscolo, in cui impavido gridavo a me stesso che sarei sorto contro i miei sbagli, che avrei cancellato la mia morbosa assuefazione alla debolezza. Erano momenti pronti a dileguarsi, fulminei, al sorgere di un nuovo giorno. Un nuovo giorno. Ciò che letterati, poeti e politici (quale strano accostamento) hanno l'abitudine di far sognare. Per il sottoscritto era l'unica verità tangibile, un nuovo giorno, perentorio nel lavarmi il volto dai finti propositi di grandezza. Statuario, nel suo grigio divorarsi incessante. Proprio come la più vorace delle fiamme. Fiamme - sì, questo era il mio inferno.
Non sto farneticando, non sto parlando dell'inesistente: ero circondato di persone che sentivano il peso della mia disperazione! Ore - giorni - anni ad interrogarsi ed propormi nuove strade in cui intrufolarmi.
Carezze - sospiri - lacrime spese per ricostruire questo stolto pavido e inconcludente.
Sì, solo il loro amore valeva la pena di provare e riprovare.
Ma ora.
Ora.
Vedo i loro sguardi, cinti tra voi - così vicini! - rivolti nella vostra stessa direzione. Uniti al vostro inudibile coro, vomitano rabbioso affetto con inaudita passione. E vorrei ora render loro le dovute grazie - non per onore o dovere - ma per amore. Un amore necessario, attratto come un magnete dai loro volti disperatamente reclinati indietro. Forse vale la pena risalire questo dirupo emotivo in cui mi sono scagliato. Forse è giusto placare il mio furore contro me stesso. Il dubbio mostra vividi motivi di essere ascoltato.
Ma non ho tempo di riflettere - voglio fermarmi, ora che vi vedo vicini, gli sguardi rapidi nello scendere dal cielo, sempre stretti su di me. Ho capito, ho trovato le mie soluzioni, ho inteso i miei equivoci, ho le risposte da darmi e presentarvi. So tutto, mi vien voglia di sorridervi mi avete salvato sono stato proprio stupido piango l'impossibilità di dirvelo e questa forza che mi spinge irreversibile e inappellabile verso il suolo.

Diego K. Pierini (c) 2000
I vostri capi - amore schiantato! - chini su di me.


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