[essays]
"A Scanner Darkly" 23/06/2007
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A Scanner Darkly

Convinto fautore del potenziale euristico, in chiave scientifica, sociologica e non solo, della fantascienza come genere letterario, Philip K. Dick è un autore squisitamente novecentesco, ancor più precisamente figlio del secondo dopoguerra, dell’epoca dell’ipertrofia mediatica tanto quanto della guerra fredda (ma anche degli eccessi tossicologici della generazione di Timothy Leary), logico oggetto di continue attenzioni da parte della grande arte del ventesimo secolo, il cinema. Lo scrittore americano è alla base di un impressionante numero di pellicole – molte delle quali solo indirettamente, ma profondamente, legate al suo corpus fantascientifico.


“A Scanner Darkly” è probabilmente il romanzo che coagula al suo interno il maggior numero di istanze prettamente dickiane, tra le prime opere ascrivibili al cosiddetto ‘periodo gnostico’ dell’autore (che terminerà con la trilogia di “Valis”, e la sua morte) e vividamente legato proprio ai caratteri contestuali cui si faceva precedentemente riferimento, oltre che ampiamente compatibile, esteticamente, con il linguaggio cinematografico. Il regista statunitense Terry Gilliam, noto estimatore dell’opera letteraria di Dick, progettò a lungo una trasposizione filmica del libro suddetto: al di là degli omaggi più o meno diretti nei confronti dello scrittore (vistosi i riferimenti de “L’esercito delle dodici scimmie”), il romanzo sembrava collimare perfettamente con la cifra stilistica del cineasta, soprattutto nei termini della costruzione visuale degli ambienti urbani, di paesaggi futuri foschi e degradati, spesso solcati da una strana e paradossale vena anacronistica. Futuri, appunto, già straordinariamente obsolescenti, e quindi contradditori.


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